Il Blog di Davide Turi

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Web tv: cosa ci ha insegnato l'esperienza di Joost

"Il 2008 sarà l’anno del sorpasso definitivo di Internet sulla tv tradizionale". Lo annunciò nel gennaio del 2008 una ricerca realizzata dal Politecnico di Milano con Nielsen. Negli stessi giorni Mediascope rilevò come la Rete si stesse affermando sempre di più come medium alternativo alla televisione per i giovani e gli adolescenti: i ragazzi italiani fra i 16 ed i 24 anni dedicavano 14,5 ore alla Rete contro le 14,4 della tv; in tutta Europa il tempo dedicato ad Internet era già maggiore del 10% rispetto a quello della televisione (14.7 ore contro le 13.4 della tv). Le attività in maggiore crescita su Internet? Il consumo di film, tv, e videoclip, con il 150% in più rispetto al 2006.
Trainato dal vero e proprio boom delle webTv, quello dei contenuti televisivi su Internet è stato indubbiamente uno dei contesti più brillanti degli ultimi due anni: nel 2008 il report annuale della School of Management del Politecnico ha contato più di 1000 canali di web tv erogati da oltre 500 operatori diversi. Rispetto al 2007, (oltre 800 canali e 435 operatori), in un solo anno è stata registrata una crescita del 25% per i canali e del 17% per gli operatori.
Il punto chiave negativo? Il peso economico delle web tv sull'intero sistema della tv digitale in Italia, che sempre per il 2008 non arriva nemmeno all'1% dei 3.400 milioni di euro stimati per il settorei.

Nel giro di un anno i nodi vengono al pettine. Ed il boom delle web tv si ridimensiona. Nel giugno del 2009 Joost, la tv via internet che dal 2006 ha tenuto banco fra le cronache di settore come la nuova, rivoluzionaria iniziativa di Nikals Zennstrom e Janus Friis, creatori del software di peer to peer Kazaa prima e del sistema Voice over Ip Skype, ha fortemente ridimensionato la propria attività. Ha chiuso uffici, ha licenziato parte del personale, ha salutato il proprio CEO. Ed ha mutato la propria attività: da tv alternativa su web a piattaforma di distribuzione di audiovisivi su Internet a disposizione di terzi.
I problemi di Joost prova a riassumerli Alessandro Longo in un articolo su Nova del Il Sole 24 ore di giovedì 9 luglio: qualche problema tecnico al (complicato) sistema di distribuzione peertopeer, ed i contenuti. Per "sposare il meglio della tv con il meglio della Rete", claim con il quale Joost si presentò sul mercato, bisognava innanzitutto averli, i contenuti televisivi; in loro assenza, secondo Nick Thomas di Forrester Research, Joost "non ha raggiunto una massa di utenti sufficienti per attirare buoni sponsor. In questo modo non ha raccolto risorse per ottenere contenuti esclusivi: un circolo vizioso". Che ha spinto i vertici a rivederne completamente la strategia.
Ma è l'intero sistema delle web tv ad essere messo in discussione. Perchè Joost non è la sola ad essere in difficoltà: Babelgum, la web tv che contemporaneamente a Joost ha lanciato un'offerta dedicata ad un pubblico meno mainstream, non fa profitti. Yahoo! nei giorni scorsi ha chiuso il servizio video online Maven Networks (acqusitato un anno e mezzo fa per 160 milioni di dollari). E youTube, il principale dei servizi di videosharing, è da mesi al centro di una accesa discussione che riguarda non i suoi profitti, ma l'ammontare delle perdite previste per il 2009: 407 milioni di dollari, come vuole il Credit Suisse, o "solo" 174 milioni, come indica una società di consulenza USA?

Le web Tv sarebbero penalizzate da problemi tecnologici ed approvigionamento dei contenuti. Ma non solo. Uno sguardo più ampio alle web tv inserite nel contesto del sistema delle tv digitali ci dice che sono in realtà due i principali problemi che ne limitano lo sviluppo:
- la mancanza di una metodologia standard per la loro visualizzazione sugli schermi televisivi tradizionali relega le web tv ad una dimensione sperimentale.
- l'assenza di una strategia di presentazione e di fruizione dei contenuti che individui i punti di forza del mezzo non ne esprime completamente le potenzialità, e non segnala il valore aggiunto delle web tv rispetto alle piattaforme concorrenti già standardizzate.

"Per la maggior parte delle persone non si può parlare di televisione finché non è sul televisore": sono parole di Tom Rogers, CEO di Tivo, il popolare PVR made in USA. Dette nel 2007 non a caso, ma nel momento in cui Rogers, viste le difficoltà della propria azienda a proporsi con un prodotto tale da giustificare il costo mensile di un abbonamento, Rogers annunciò la firma di un accordo con Amazon per accedere ai contenuti audiovisivi direttamente dal PVR. E vederli sul televisore ad esso collegato.
A due anni di distanza da quella dichiarazione, la situazione non è molto diversa. In molti hanno riconosciuto le potenzialità della visualizzazione sullo schermo televisivo dei contenuti della Rete, ma non esiste ancora uno standard, nemmeno de facto, imposto cioè dall'adozione di massa di un device (come è accaduto ad esempio all'Ipod nella fruizione di audio). Alcuni tv hanno la presa VGA, per poterci collegare un pc connesso ad Internet. Alcuni PC hanno un'uscita HDMI per interfacciarsi con gli schermi ad alta definizione. Qualche produttore di tv, come Samsung, ha lanciato un pacchetto di servizi di visualizzazione di contenuti dalla Rete dedicati ai tv di gamma alta. I servizi di IPTV disegnano un canale nella Rete nel tentativo di utilizzarla come un sistema chiuso dedicato ai video provenienti dai loro server. Le game console per ora sperimentano l'accesso a servizi di videorenting on line assieme al rodato multiplayer on line. Esistono box dedicati all'accesso in Rete dal tv, ma se non puntano a indirizzare quasi esclusivamente il traffico verso servizi propri - come fa ad esempio l'Apple Tv - recintano necessariamente l'utente verso una serie di servizi - il cosiddetto walled garden - scelti dal costruttore, per i quali garantisce la compatibilità con il proprio software. Uno di questi è ad esempio l'italiano BlobBox, costruito su piattaforma Linux da Telsey.

- Anche una volta giunti sul televisore del salotto, quale esperienza di fruizione offrire? La riproposizione delle tv di altre piattaforme è la strada scelta dalle IPTv, che affiancano il puro rebroadcasting a servizi on demand non dissimili da una fornita videoteca. Sappiamo bene che con la Rete possiamo fare molto di più, e che la pura selezione di contenuti on demand appartiene al paleozoico del web. Così come sappiamo che l'infrastruttura stessa della Rete non è fatta per sopportare una massa di utenti collegata nello stesso istante ad uno stesso programma. Quello è il compito del broadcasting, per l'appunto.
Adattare l'esperienza - principalmente passiva - della tv all'attività talvolta multitasking di un esperto navigatore in rete non è un problema di facile soluzione. Così come non lo è integrare la selezione editoriale propria di un palinsesto alla sterminata - e talvolta informe - disponibilità di contenuti offerti dalla Rete. Quali video di proprio interesse fra quelli conservati in un sistema di video sharing? e una volta individuato il tema, quale parametro per dividere i contenuti amatoriali da quelli effettivamente di valore?
Tematiche attuali, non risolte da un'interfaccia su fondo nero proposta da youTube XL. Ma nei confronti delle quali i media sociali, con la loro capacità di ridefinire temi e contenuti di interesse di una microcomunità di appartenenza sulla base delle segnalazioni dei componenti di quella stessa microcomunità possono venirci incontro. A patto di saperne cogliere dinamiche e relative opportunità.
 

Codice segreto: le buone ragioni di un gioco crossmediale per Mediaset

Anche se è possibile iscriversi già dall'inizio di questa settimana, partirà lunedì 22 giugno Codice Segreto, un nuovo gioco multipiattaforma di Mediaset.it.
Codice Segreto è un gioco a premi che chiede agli utenti di rintracciare ogni settimana cinque numeri nascosti fra i video tratti dai programmi tv e fra le notizie esclusive della gallery www.video.mediaset.it.
Una caccia al tesoro multimediale quindi, che invita a scoprire l'enorme quantità di materiale video presente sui siti del principale operatore televisivo privato italiano, e che vive di un elemento caratterizzante: Codice Segreto è il primo prodotto veramente crossmediale targato Mediaset. Combina in modo coerente la tv, il web e la telefonia mobile, e li utilizza in modo integrato per lo svolgimento del gioco. Dopo aver visto il video indizio, starà agli utenti decidere se cominciare subito la sfida, se utilizzare il proprio cellulare per ricevere ulteriori indizi gratuiti via sms, se seguire sui social network le discussioni e scoprire indizi extra che restringeranno il campo di ricerca.  

Ci sono almeno tre ragioni per cui Codice Segreto è importante, e può rappresentare la tappa di percorso di evoluzione del quale si sentiva il bisogno analizzando il tormentato rapporto fra la tv e la Rete:

- è un prodotto nuovo. Codice Segreto è un'iniziativa "diversa", e come tale va valutato all'interno del contesto in cui è stato prodotto. E' arrivato alla linea di partenza passando - per oltre un anno - attraverso modifiche, integrazioni e revisioni. Ha superato i naturali ostacoli normativi, operativi e commerciali di un'azienda che fino a qualche anno fa - non molti - si è occupata esclusivamente di televisione, realizzando fra l'altro un ragguardevole profitto.
La partenza di Codice Segreto è un primo forte messaggio. Fra le righe ci dice che Mediaset ha cominciato a capire che nel contesto fluido di Internet è necessario muoversi, tentare, sbagliare, riprovare, stimolare, proporre. Che tutto è concesso tranne che stare immobili. E che ha scoperto che sul web sbagliare un prodotto può costare molto meno di fare lo stesso errore su un varietà del sabato sera.

- è un prodotto crossmediale, ed usa il web come piattaforma. Fin dalla sua progettazione, Codice Segreto si è esteso su tre mezzi disegnando per ognuno un uso specifico: la tv come amplificatore, il web come casa madre e luogo di conversazione, il telefono cellulare come strumento per la ricezione di informazioni personalizzate.
Codice Segreto lavora sul web, e nel farlo non ha creato un spazio recintato, ma si è esteso su un territorio. Il gioco pubblica contenuti esclusivi su aggregatori e sistemi di sharing come Flickr, produce micro update e indizi aggiuntivi sul microblogging di Twitter ed apre spazi di condivisione di informazioni e suggerimenti su una page di Facebook.
Questo meccanismo rappresenta, nelle intenzioni, il primo passo verso un utilizzo strutturato e coordinato dei social media per la distribuzione dei contenuti televisivi. Pone le basi - e crea dei precedenti - per un'inversione di tendenza. Si pone l'obiettivo di ribaltare la sensazione di minaccia vissuta nei confronti dei servizi di condivisione, e di trasformarli in strumenti utili alla promozione ed al rafforzamento del brand dell'editore. I social media usati insieme agli utenti, con loro e per loro. E per aumentare la percezione di valore del proprio marchio.

- è un format proposto dal basso. Codice Segreto è stato proposto da un giovane creativo a Mediaset attraverso il laboratorio creativo Moltomedia, che lo ha adottato e lo ha sviluppato con il supporto delle strutture aziendali e la collaborazione degli utenti della Rete. Il fatto che l'azienda non solo accetti, ma faccia propria una proposta dalla Rete è un segnale di grande lucidità.
Nessun broadcaster free to air ha mai avuto la necessità di introdurre nel proprio patrimonio culturale il concetto di "utente finale" (il telespettatore). O almeno, non ha dovuto farlo con lo stesso peso e lo stesso impegno di chi, invece, produce biscotti o automobili. Il motivo è molto semplice: i clienti di un broadcaster free sono gli investitori pubblicitari, non i telespettatori.
Il fatto che non solo si sia aperto un canale di proposte verso gli utenti, ma che alcune di queste vengano effettivamente realizzate rappresenta solo l'ultimo tassello di un percorso evolutivo.
Un cammino iniziato nel 2004 con l'avvio di un'offerta di pay tv - che ha posto le basi per l'introduzione del concetto di cliente e richiesto l'avvio di un vero customer care - e che sta proseguendo con la recente partenza di un progetto di ascolto delle conversazioni in Rete, realizzato con l'obiettivo di ascoltare le voci che provengono dal web, le esperienze degli utenti, le loro critiche e le loro opinioni. Per farle diventare parte integrante dell’attività aziendale.
 

LE TRE COSE SU TWITTER CHE ZYGMUNT BAUMAN SI È DIMENTICATO DI DIRE

Il sociologo Zygmunt Bauman dedica sul D di Repubblica della scorsa settimana un pezzo dedicato a twitter, la nuova next big thing di Internet di cui si occupano ora i media tradizionali.
Bauman enumera qualche dato per testimoniarne il successo, la crescita record di utenti del 900%, i 55 milioni di utenti, e poi viene l'ora delle critiche: nella società dove contare equivale a farsi vedere, twitter con i suoi cinguettii dai contenuti spesso irrilevanti sarebbe lo strumento adatto per "mitigare l'umiliazione di chi vorrebbe accedere alle boutique più esclusive ma è destinato ai negozi sotto casa". Uno strumento a basso costo quindi, per raggiungere una notorietà seppur minima e relegata alla Rete, un modo per "aumentare il proprio peso spirituale in un sistema in cui la rilevanza di una persona si misura in base alla fama", o ai followers.

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