Web tv: cosa ci ha insegnato l'esperienza di Joost
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"Il 2008 sarà l’anno del sorpasso definitivo di Internet sulla tv tradizionale". Lo annunciò nel gennaio del 2008 una ricerca realizzata dal Politecnico di Milano con Nielsen. Negli stessi giorni Mediascope rilevò come la Rete si stesse affermando sempre di più come medium alternativo alla televisione per i giovani e gli adolescenti: i ragazzi italiani fra i 16 ed i 24 anni dedicavano 14,5 ore alla Rete contro le 14,4 della tv; in tutta Europa il tempo dedicato ad Internet era già maggiore del 10% rispetto a quello della televisione (14.7 ore contro le 13.4 della tv). Le attività in maggiore crescita su Internet? Il consumo di film, tv, e videoclip, con il 150% in più rispetto al 2006.
Trainato dal vero e proprio boom delle webTv, quello dei contenuti televisivi su Internet è stato indubbiamente uno dei contesti più brillanti degli ultimi due anni: nel 2008 il report annuale della School of Management del Politecnico ha contato più di 1000 canali di web tv erogati da oltre 500 operatori diversi. Rispetto al 2007, (oltre 800 canali e 435 operatori), in un solo anno è stata registrata una crescita del 25% per i canali e del 17% per gli operatori.
Il punto chiave negativo? Il peso economico delle web tv sull'intero sistema della tv digitale in Italia, che sempre per il 2008 non arriva nemmeno all'1% dei 3.400 milioni di euro stimati per il settorei.
Nel giro di un anno i nodi vengono al pettine. Ed il boom delle web tv si ridimensiona. Nel giugno del 2009 Joost, la tv via internet che dal 2006 ha tenuto banco fra le cronache di settore come la nuova, rivoluzionaria iniziativa di Nikals Zennstrom e Janus Friis, creatori del software di peer to peer Kazaa prima e del sistema Voice over Ip Skype, ha fortemente ridimensionato la propria attività. Ha chiuso uffici, ha licenziato parte del personale, ha salutato il proprio CEO. Ed ha mutato la propria attività: da tv alternativa su web a piattaforma di distribuzione di audiovisivi su Internet a disposizione di terzi.
I problemi di Joost prova a riassumerli Alessandro Longo in un articolo su Nova del Il Sole 24 ore di giovedì 9 luglio: qualche problema tecnico al (complicato) sistema di distribuzione peertopeer, ed i contenuti. Per "sposare il meglio della tv con il meglio della Rete", claim con il quale Joost si presentò sul mercato, bisognava innanzitutto averli, i contenuti televisivi; in loro assenza, secondo Nick Thomas di Forrester Research, Joost "non ha raggiunto una massa di utenti sufficienti per attirare buoni sponsor. In questo modo non ha raccolto risorse per ottenere contenuti esclusivi: un circolo vizioso". Che ha spinto i vertici a rivederne completamente la strategia.
Ma è l'intero sistema delle web tv ad essere messo in discussione. Perchè Joost non è la sola ad essere in difficoltà: Babelgum, la web tv che contemporaneamente a Joost ha lanciato un'offerta dedicata ad un pubblico meno mainstream, non fa profitti. Yahoo! nei giorni scorsi ha chiuso il servizio video online Maven Networks (acqusitato un anno e mezzo fa per 160 milioni di dollari). E youTube, il principale dei servizi di videosharing, è da mesi al centro di una accesa discussione che riguarda non i suoi profitti, ma l'ammontare delle perdite previste per il 2009: 407 milioni di dollari, come vuole il Credit Suisse, o "solo" 174 milioni, come indica una società di consulenza USA?
Le web Tv sarebbero penalizzate da problemi tecnologici ed approvigionamento dei contenuti. Ma non solo. Uno sguardo più ampio alle web tv inserite nel contesto del sistema delle tv digitali ci dice che sono in realtà due i principali problemi che ne limitano lo sviluppo:
- la mancanza di una metodologia standard per la loro visualizzazione sugli schermi televisivi tradizionali relega le web tv ad una dimensione sperimentale.
- l'assenza di una strategia di presentazione e di fruizione dei contenuti che individui i punti di forza del mezzo non ne esprime completamente le potenzialità, e non segnala il valore aggiunto delle web tv rispetto alle piattaforme concorrenti già standardizzate.
"Per la maggior parte delle persone non si può parlare di televisione finché non è sul televisore": sono parole di Tom Rogers, CEO di Tivo, il popolare PVR made in USA. Dette nel 2007 non a caso, ma nel momento in cui Rogers, viste le difficoltà della propria azienda a proporsi con un prodotto tale da giustificare il costo mensile di un abbonamento, Rogers annunciò la firma di un accordo con Amazon per accedere ai contenuti audiovisivi direttamente dal PVR. E vederli sul televisore ad esso collegato.
A due anni di distanza da quella dichiarazione, la situazione non è molto diversa. In molti hanno riconosciuto le potenzialità della visualizzazione sullo schermo televisivo dei contenuti della Rete, ma non esiste ancora uno standard, nemmeno de facto, imposto cioè dall'adozione di massa di un device (come è accaduto ad esempio all'Ipod nella fruizione di audio). Alcuni tv hanno la presa VGA, per poterci collegare un pc connesso ad Internet. Alcuni PC hanno un'uscita HDMI per interfacciarsi con gli schermi ad alta definizione. Qualche produttore di tv, come Samsung, ha lanciato un pacchetto di servizi di visualizzazione di contenuti dalla Rete dedicati ai tv di gamma alta. I servizi di IPTV disegnano un canale nella Rete nel tentativo di utilizzarla come un sistema chiuso dedicato ai video provenienti dai loro server. Le game console per ora sperimentano l'accesso a servizi di videorenting on line assieme al rodato multiplayer on line. Esistono box dedicati all'accesso in Rete dal tv, ma se non puntano a indirizzare quasi esclusivamente il traffico verso servizi propri - come fa ad esempio l'Apple Tv - recintano necessariamente l'utente verso una serie di servizi - il cosiddetto walled garden - scelti dal costruttore, per i quali garantisce la compatibilità con il proprio software. Uno di questi è ad esempio l'italiano BlobBox, costruito su piattaforma Linux da Telsey.
- Anche una volta giunti sul televisore del salotto, quale esperienza di fruizione offrire? La riproposizione delle tv di altre piattaforme è la strada scelta dalle IPTv, che affiancano il puro rebroadcasting a servizi on demand non dissimili da una fornita videoteca. Sappiamo bene che con la Rete possiamo fare molto di più, e che la pura selezione di contenuti on demand appartiene al paleozoico del web. Così come sappiamo che l'infrastruttura stessa della Rete non è fatta per sopportare una massa di utenti collegata nello stesso istante ad uno stesso programma. Quello è il compito del broadcasting, per l'appunto.
Adattare l'esperienza - principalmente passiva - della tv all'attività talvolta multitasking di un esperto navigatore in rete non è un problema di facile soluzione. Così come non lo è integrare la selezione editoriale propria di un palinsesto alla sterminata - e talvolta informe - disponibilità di contenuti offerti dalla Rete. Quali video di proprio interesse fra quelli conservati in un sistema di video sharing? e una volta individuato il tema, quale parametro per dividere i contenuti amatoriali da quelli effettivamente di valore?
Tematiche attuali, non risolte da un'interfaccia su fondo nero proposta da youTube XL. Ma nei confronti delle quali i media sociali, con la loro capacità di ridefinire temi e contenuti di interesse di una microcomunità di appartenenza sulla base delle segnalazioni dei componenti di quella stessa microcomunità possono venirci incontro. A patto di saperne cogliere dinamiche e relative opportunità.
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